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II ITINERARIO DELLE STELLE: L’OROLOGIO DELLA TORRE DI PIAZZA SAN MARCO

Apparentemente a Venezia il tempo non sembra scorrere come in ogni altra parte. Qui le epoche e gli stili sembrano naturalmente armonizzarsi. Ciò è vero a tal punto che al giorno d’oggi risulterebbe assai strano il Bacino di San Marco senza la cacofonia di vaporetti, motoscafi, gondole, barchini d’ogni genere e grandi navi che costantemente lo attraversano. Quando una nave da crociera, con la sua grande mole, passa oltre l’orizzonte disegnato dalle case e dalle antiche chiese si è tutti colti da un senso di stupore; la medesima sensazione di straniamento che si può provare di fronte ad un quadro surrealista di Magritte. La città ha il potere estetico straordinario di saper inglobare ogni cosa. Lo ha fatto in ogni epoca, perché ogni epoca ha avuto le sue distrazioni e non sempre quello che si è prodotto è stato alla sua altezza.

Venezia è storia stratificata. Il miracolo a cui assistiamo visitandola è che ogni singolo scorcio convive e si amalgama con gli altri, mescolando stili diversi in un unico linguaggio che di tutti si compone. Il tempo non è acqua che scorre, nemmeno quella sonnolenta che circonda la città con le sue qualità ipnotiche ha il potere di fermare il corso degli avvenimenti. Nel corpo di questa città vi è il suo divenire, un divenire che non procede però linearmente da un prima ad un dopo perché il passato qui non è mai veramente passato, così come il futuro non è mai tale ma si realizza ad ogni istante, ogni volta che uno di noi si protende verso questa città delineando un nuovo punto di vista. In questo modo Venezia si trascende ed attraverso i nostri occhi aspira al mondo. Finché Venezia resterà viva, il passato non sarà mai passato.

Da cinque secoli, l’orologio astrologico di Piazza San Marco scandisce il passare del tempo. Rivolto verso il Bacino è, volutamente, la prima immagine compiuta che si presenti a chi guardi dall’acqua alla piazza. Ideato per misurare il tempo, del trascorrere del tempo è rimasto testimone. Questo orologio ha raccolto ogni segno che ogni epoca ha impresso nella sua meccanica e ne conserva una preziosa memoria. Per questa ragione esso può essere considerato la cifra della città intera. Come essa infatti, è una perfetta somma armonizzata delle diverse stratificazioni storiche depositatesi.

L’orologio fu commissionato nel 1493, quando ancora non era stato deciso il luogo dove collocarlo, a Gian Carlo Rainieri, un orologiaio di Reggio Emilia che godeva di ottima fama. Solo tre anni più tardi la demolizione di alcuni edifici liberò lo spazio ove iniziò la costruzione della torre, alla cui ideazione Raineri collaborò. In tal modo non fu l’orologio a doversi adattare alla torre, bensì fu quest’ultima a venire modellata attorno alle complesse articolazioni del prezioso oggetto, in modo da poterne ospitare adeguatamente il meccanismo.

Terminata la costruzione nel 1497, sulla sua sommità venne collocata una campana percossa alternativamente da due pastorelli. Fu la patina scura che si formò su questi due personaggi che finì per modificarne l’identità popolare. Da allora, per tutti, essi divennero i due Mori. Inaugurato nel 1499, l’orologio era azionato da pesi ma ben poco si conosce del suo movimento. Notevole era la processione dei Magi che passando davanti alla Madonna si proferivano in un inchino devoto e questo mentre l’Angelo Annunciatore suonava una tromba che per mezzo di un mantice ad essa collegato ne produceva realmente il suono.

Sorprendente era anche l’indicazione astronomica, secondo il sistema tolemaico, della posizione relativa dei cinque pianeti allora conosciuti. A complicare ancor più le cose, l’indicazione dell’ora avveniva secondo il sistema italiano che prevedeva il giorno diviso in ore di lunghezza diversa in estate ed in inverno. A Raineri la Repubblica concesse di vivere all’interno della Torre e gli fu accordato uno stipendio per la manutenzione del complesso meccanismo. Da allora fino al 1998 un “temperatore”, così è chiamato chi ha il compito di accudire l’orologio, è stato sempre presente nella Torre. Nel 1752 a Bartolomeo Ferracina, il più noto orologiaio del tempo, venne affidato l’incarico di restaurare l’orologio che ormai versava in pessime condizioni.

Ferracina costruì così un movimento nuovo che adottava le innovazioni tecniche nel frattempo intervenute, composto di quattro treni : uno per il tempo, due per la suoneria delle ore da parte dei Mori ed uno per il particolare meccanismo della suoneria dei 132 colpi. Al piano superiore della Torre vi era poi un meccanismo separato per la processione dei Magi. . Il quadrante astronomico venne notevolmente semplificato: rimasero solo le indicazioni delle fasi lunari e dello zodiaco mentre quanto si riferiva ai pianeti fu eliminato. Anche Il sistema di suoneria si adeguò ai tempi mutati adottando il metodo delle dodici ore anziché quello delle ventiquattro. Nella ghiera esterna del quadrante vennero inseriti i numeri arabi dall’uno al dodici.

Poco prima del mezzogiorno e della mezzanotte, due martelli posti dal lato opposto dei mori battevano sei gruppi di 22 colpi (per un totale di 132) sulla grande campana. Questi rappresentano la somma dei colpi battuti dai due personaggi durante le 11 ore precedenti. Un intero treno del meccanismo è deputato a questa funzione. Verso la metà del XIX secolo si resero necessari altri interventi sia sull'orologio che sull'edificio. Oltre alla manutenzione e al restauro dell’esistente, al De Lucia che aveva vinto l’appalto dei lavori, venne chiesto di introdurre un'indicazione del tempo luminosa, che mostrasse l'ora durante la notte. A tale scopo dietro ai pannelli numerici che vennero montati, il De Lucia collocò delle lampade a gas. . Questi accorgimenti fecero dell'Orologio di San Marco uno dei primi orologi da torre al mondo con indicazione del tempo digitale.

Nel 1896 ci fu un importante cambiamento estetico dell'edificio: la parte esterna del quadrante con l'indicazione in numeri romani da I a XXIV fu riportata alla luce, essa giaceva sotto ai numeri arabi applicati durante gli interventi precedenti. All'inizio della Prima Guerra Mondiale, la suoneria dei 132 colpi, a causa del coprifuoco, fu soppressa ed in seguito, per il disturbo che arrecava durante la notte, non fu più riattivata, Nel 1951, Giovanni Peratoner, succeduto a suo padre nel ruolo di temperatore, iniziò un'opera di revisione generale del movimento resasi necessaria a causa di una progressiva inclinazione dell'edificio. Dal 1953 l'orologio tornò a funzionare e nel 1963 si decise di azionare la processione dei Magi anche il giorno dell'Epifania, oltre che nel periodo dell'Ascensione.
Nel 1997 l'orologio fu completamente smontato per permettere un importante lavoro di restauro dell'edificio. Questo fornì l'occasione per l'ultimo ripristino della meccanica.

Venezia che guarda a Bisanzio, Venezia dalle tante chiese. Venezia che contende a Roma il suo primato, Venezia del conflitto e del compromesso con la chiesa cattolica. L’itinerario, suggerito dalle stelle che ora andrò a delinearvi si propone di avvicinarvi a questi temi. Intendo fare ciò in due fasi distinte: nella prima vi presenterò la figura di Fra Paolo Sarpi, un monaco che incarnò drammaticamente le ragioni del conflitto che contrapponeva la città al papato; nella seconda vi inviterò a visitare la chiesa di S. Maria Assunta dei Gesuiti. Considerato che i Gesuiti a Venezia furono protagonisti dello scontro che contrappose papato e Senato della repubblica, sarà interessante andarne ad indagare stili e linguaggio.

PAOLO SARPI
Chi fu Paolo Sarpi? Galileo Galilei, che di Sarpi fu grande amico, lo appellò: “mio maestro”. Figura assai complessa di pensatore, Sarpi occupa un posto preminente nella storia della letteratura e della scienza ove ha lasciato testimonianze fondamentali in vari campi: nella filosofia, nella matematica, nell'ottica e nell'astronomia. Nella medicina scoperse, per primo, la dilatabilità della pupilla sotto l'azione della luce e le valvole delle vene. Giovan Battista Dalla Porta, dopo aver dichiarato di avere appreso alcune cose da Fra Paolo, lo proclamò splendore ed ornamento non solo della città di Venezia e dell'Italia, ma di tutto il mondo.

Figura complessa di pensatore, Paolo Sarpi arrivò a Venezia nel 1575. Tre anni più tardi, dopo essersi addottorato in teologia nell’Università di Padova, divenne reggente del convento servita di Venezia. Lo stesso anno, durante il Capitolo generale dell’Ordine, fu tra i tre “saggi” incaricati di preparare una riforma della regola. Da questo incarico svolto con prudenza e competenza e che richiese di trattare molte volte con il pontefice, ricavò fama di gran sapere. Nel 1585 Sarpi venne eletto procuratore generale dell’Ordine servita e si trasferì a Roma dove strinse amicizia col padre Bellarmino. Scaduto il periodo di carica, Sarpi ritornò a Venezia dove frequentando alcuni circoli intellettuali ed ebbe modo di conoscere tra gli altri, Giordano Bruno e Galileo.

Nel 1594 si dovette scegliere il nuovo generale dell'Ordine servita, e fra i due principali candidati, Lelio Baglioni e Gabriele Dardano, Sarpi si espresse a favore del primo. Il rancore spinse il Dardano a denunciare Paolo Sarpi al Sant’Uffizio, accusandolo di negare efficacia allo Spirito Santo e di avere rapporti sospetti con ebrei veneziani. Da tali accuse Sarpi fu subito prosciolto ma nel 1601, Gabriele Dardano, suo nemico implacabile, venne eletto priore dell’Ordine. Sarpi cercò allora di uscire dall’Ordine e di ottenere un vescovato che lo sottraesse alla presa degli implacabili avversari ma le informazioni negative che arrivarono al papa inviate dal Dardano e dal gesuita Gagliardi, scoraggiarono la sua nomina. Nel frattempo la Repubblica veneziana, stretta tra L’Impero, la potenza turca ed in Italia dalla prevalenza spagnola e papale era ormai avviata ad un lungo declino politico ed economico.

Alla prudente politica dei vecchi patrizi, rassegnati alla compromissione con l'Impero e il papato, si sostituì quella degli innovatori, i cosiddetti «Giovani», decisi a sottrarre la Serenissima all'invadenza ecclesiastica nell'interno e a rilanciarne le fortune commerciali nell'Adriatico, compromesse dal controllo dei porti esercitato dallo Stato pontificio e dalle azioni degli Ustocchi, i pirati cristiani croati appoggiati dall'Impero. Il 10 gennaio 1604 il Senato veneziano promulgò una legge che proibiva la fondazione di ospedali gestiti da ecclesiastici, di monasteri, chiese e altri luoghi di culto senza autorizzazione preventiva della Signoria.

Con la legge del 26 marzo 1605 si vietava l'alienazione di beni immobili dai laici agli ecclesiastici, già proprietari, pur essendo solo un centesimo della popolazione, di quasi la metà dei beni fondiari della Repubblica, e limitava le competenze del foro ecclesiastico, prevedendo il deferimento ai tribunali civili degli ecclesiastici responsabili di reati gravi. Avvenne che il canonico vicentino Scipione Saraceno, colpevole di molestie a una nobile parente, e l'aristocratico abate Marcantonio Brandolin reo di omicidi e di stupri, fossero incarcerati. Il 10 dicembre 1605 il papa PaoloV chiese l'abrogazione delle due leggi che a Venezia di fatto espropriavano i beni ecclesiastici a favore della Repubblica e la consegna al nunzio pontificio dei due ecclesiastici.

Il doge Leonardo Donà incaricò giuristi e teologi di controbattere efficacemente al papa. In quella circostanza, per difendere le ragioni della repubblica furono scelti gli scritti di Sarpi. Paolo V, per tutta risposta, scomunicò il Consiglio veneziano e bollò con l’interdetto la Serenissima. Obbedendo alle disposizioni del papa, il 9 maggio i gesuiti rifiutarono di celebrare le messe a Venezia e la Repubblica reagì espellendoli . Il 30 ottobre l'Inquisizione intimò a Sarpi di presentarsi a Roma ma il frate naturalmente si rifiutò. Invano il papa che nel frattempo aveva scomunicato Sarpi si dichiarava favorevole a portare guerra a Venezia: la sua unica alleata, la Spagna, minacciata da Francia, Inghilterra e Turchia, non poteva appoggiare l’impresa bellica e la disputa fu così lasciata alla diplomazia.

Fu così che Venezia rilasciò gli ecclesiastici incarcerati e ritirò il suo Protesto al papa. Di contro ottenne la revoca dell’interdetto e le leggi promulgate dal Senato restarono in vigore, impedendo ai gesuiti di rientrare nella repubblica. Il 5 ottobre 1607, mentre tornava al convento di santa Fosca, fra Paolo Sarpi fu assalito da cinque assassini. Pur rimanendo sfregiato al volto il frate sopravvisse. Poco più di un anno dopo fu sventato un secondo attentato, ordito, sembra su mandato del cardinale Lanfranco Margotti. In quel periodo Sarpi ebbe modo di intrattenere un dialogo diretto con gli intellettuali europei, con personalità di fede calvinista e gallicana. Se da un lato ciò contribuì ad approfondire la sua crisi religiosa, dall’altro gli offrì gli strumenti per risolverla con l’accoglimento di nuove prospettive e di nuove idealità.

Ai primi giorni del 1623, fra paolo Sarpi si ammalò gravemente, e morì. Nel 1892 gli fu innalzato, in Venezia, un monumento; e quasi in ogni città d'Italia si trovano vie e piazze a lui intitolate. Fondamentalmente lo scontro di Paolo Sarpi con la Curia romana fu legato ad un progetto politico volto a contenere il potere della Chiesa in ambito esclusivamente spirituale e a promuovere un'alleanza tra Venezia e la Francia in un'ottica antimperiale e fortemente antispagnola. Per questo intrattenne contatti con i riformati. Inoltre la sua visione della Chiesa era un vago ritorno verso la chiesa primitiva: egli quindi era indotto a condannare il potere temporale e la superiorità del papa sul Concilio.

Venezia
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