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II° ITINERARIO -ALLA RICERCA DEL MINOTAURO

Venezia è il “delirio” che ci assale quando presi dalla vertigine, siamo trascinati nel vortice dei suoi percorsi. Venezia, doppio labirinto, concepito come contenente e contenuto, percorso d’acqua disegnato dalle pietre delle fondamenta e cammino di calli che si dipana tra case e canali. Venezia è un arcipelago che implodendo sui suoi molti centri diviene dedalo. Il mito a cui guardiamo e al quale ci ispireremo è quello cretese, là dove al centro del labirinto, di quella “prigione perfetta” si celava il minotauro, il figlio della vergogna, frutto del rapporto d’amore della regina con il toro bianco. Se procediamo per analogia diventa lecito chiederci : quale “mostro”, quale “vergogna” nasconda la città entro la fitta trama delle sue calli? La suggestione che vi propongo è che il minotauro sia stato trasferito altrove, sulle isole minori che per gemmazione si allagano dal centro cittadino sulla laguna.
Il paesaggio della laguna di Venezia è caratterizzato dalla presenza di numerose piccole isole che nei secoli hanno avuto destinazioni d’uso diversificate, per cui, di volta in volta, sono state valorizzate per la loro vocazione agricola, scelte come sede di complessi religiosi, attrezzate in ospedali e lazzaretti o strutturate e trasformate in postazioni fortificate.

Ora è giunto il momento di salire sulla vostra house boat per andare alla ricerca del “ minotauro “, cioè di quel “mistero” che se svelato vi potrà offrire una porta d’ingresso inusuale su Venezia e la sua storia .
La prima meta che vi propongo è:

IL LAZZARETTO NUOVO

( Per prenotare visita ed attracco: 041-2444011 email: info@lazzarettonuovo.com L’isola è aperta al pubblico ogni giorno su prenotazione e da inizio Aprile a fine Ottobre per visite guidate al mattino alle 9.45 ed al pomeriggio alle 16.30)
Posta all'ingresso della Laguna, a tre chilometri circa a nord-est di Venezia, di fronte al litorale di S. Erasmo, l’isola fin dall'antichità ha avuto probabilmente una funzione strategica a controllo delle vie acquee verso l'entroterra. Pare che i reperti archeologici più antichi riportati alla luce da un’intensa opera di ricerca, risalgano all'età del bronzo. Recentemente sono state rinvenute varie monete che raffigurano Zeus ed Apollo, collocabili tra il 238 ed il 168 A. C. e che testimoniano della lunga storia di questa piccola isolalagunare.

Ma venendo alla vicenda storica della Serenissima: è un decreto del Senato del 1468 che assegna all’isola il compito di essere luogo atto, con il Lazzaretto Vecchio utilizzato come ricovero per gli appestati manifesti, alla prevenzione del contagio. Queste misure d’igiene pubblica, queste barriere che la città cercava di frapporre tra sé e la peste non furono del tutto inutili, perché permisero a Venezia di uscire dall’epidemia con due anni di anticipo sulle altre città europee. Il Lazzaretto Vecchio servì dunque da ricovero forzato per le navi e gli equipaggi sospettati, perché provenienti da zone contaminate, di portare contagio. L'organizzazione nell’isola faceva capo ad un priore, dipendente dal Magistero della Sanità, che governava dei guardiani, che avevano il compito di scortare i passeggeri delle navi alle camere, e che prendevano nota delle varie operazioni di sbarco. Il principale edificio dell’isola, il cinquecentesco Tezon grande è un edificio costituito di 100 stanze e cento camini alla veneziana, ognuno per ogni locale, e da tettoie (teze) adibite alla disinfezione delle merci. Un discreto risultato lo si otteneva esponendo i vari prodotti ai fumi del ginepro e del rosmarino che probabilmente avevano il potere di allontanare le pulci. Attraversando il grande edificio s’incontrano ancora molte scritte e disegni originali di quel periodo, testimonianze straordinarie di mercanti, facchini, di guardiani del Magistrato alla sanità e soprattutto di quell’universo anonimo di marinai che ogni sera verso il tramonto, intonava un canto di preghiera intriso di pena e nostalgia, un’implorazione alla Madonna, che affidavano all’acqua e all’abissale silenzio lagunare.   L’utilizzo di quest’isola a luogo di quarantena imprime alla sua vicenda storica un tono drammatico sul quale si innestano, grazie ad una attenta ricerca archeologica, altre storie affascinanti. Approfondire la vicenda della peste, impressa nella carne viva della città, vuol dire avvicinarsi ad uno dei temi topici della vicenda veneziana.

LA PESTE ED IL MISTERO DELLA DONNA VAMPIRO

Data la scarsità delle fonti resta poco chiaro se le epidemie accertate per l'anno 1341 nella Russia occidentale e in Siria rappresentarono una prima ondata di peste. È certo che la fiorente attività commerciale sviluppatasi sotto il dominio mongolo favorì la diffusione delle pulci della peste. Già nel 1347 la malattia aveva raggiunto Costantinopoli e quasi tutti i porti del Mediterraneo orientale. Ogni porto o centro di commercio che veniva contagiato funse da moltiplicatore della peste nera. Dalla città di Caffa, in Crimea, con alcune navi i cui marinai erano ancora vivi, ma già contagiati dal morbo, l'epidemia raggiunse la Sicilia. Subito dopo furono contagiate Genova e Venezia e con esse poi l'Italia intera fu travolta dalla peste in modo drammatico. Può sembrare incredibile, ma non appena i marinai mettevano piede in un porto cominciarono a morire le persone del luogo. L'impotenza nei confronti dell'ambiente circostante, la lacerazione dei vincoli familiari e la paura quotidiana della morte cambiarono in brevissimo tempo gli uomini. La morte non risparmiava nessuno poiché nessuno era immune dal morbo: ogni giorno morivano amici, famigliari, conoscenti. Ovunque la peste nera modificò le abitudini sociali delle città. Le persone, incontrandosi, provavano le une per le altre dei sentimenti di diffidenza e sfiducia istintiva. I rapporti andarono imbarbarendosi. I padri, di fronte ai figli ammalati, si rifiutavano di restar loro accanto. Chi aveva il coraggio di avvicinarsi ai parenti ammalati, cadeva colpito dal morbo egli stesso ed era votato alla morte che sopraggiungeva dopo tre giorni. Morivano perfino i gatti e gli altri animali domestici. E’ impossibile immaginare quale disastro potesse albergare nel cuore degli uomini di allora, quali fantasmi si aggirassero nelle loro menti sconvolte dalla paura. Fu così che avvenne che pestilenza dopo pestilenza, il Lazzaretto Nuovo divenne una grande discarica cimiteriale, destinata ad accogliere come testimoniano i ritrovamenti archeologici, decine di migliaia di cadaveri. Nella epidemia del 1575 morirono cinquantamila persone, e la maggior parte vennero sepolte qui.
Tra gli scheletri rinvenuti, il 7 marzo scorso è stato trovato il teschio di una donna (risalente a metà del 17° secolo) deceduta a causa della peste, alla quale era stato infilato un mattone tra le mandibole e ciò ci rimanda a vecchie leggende veneziane che narravano di donne vampiro. All’epoca molte persone semplici ritenevano che a diffondere la peste fossero i vampiri femmine che si potevano riconoscere perché il loro corpo non si decomponeva come quello degli esseri umani e che manteneva, segno inconfondibile, un rivolo di sangue al lato della bocca. Tali ritrovamenti richiedevano un esorcismo capace di ristabilire l’equilibrio ed era a tale scopo che si inserivano dei mattoni nella bocca di quelle sfortunate. Queste credenze che cercavano di dare una spiegazione soprannaturale al terribile morbo, erano probabilmente giunte in città con l’arrivo della comunità ebraico – polacca. In Polonia infatti la figura del “divoratore della notte”,presente in molti paesi nordici e da cui la leggenda veneziana traeva origine, era visto come un vero e proprio vampiro, in origine solo parassita della vitalità umana ma poi anche diffusore della peste.

L'AMBIENTE DELL'ISOLA

Una volta giunti nell’isola è consigliabile di gettare lo sguardo anche oltre l’orizzonte della storia e di soffermarsi sull’ambiente circostante, perché il luogo offre punti di notevole interesse naturalistico. il sentiero, guidato da una cartellonistica illustrativa, vi inoltrerà entro boschetti di allori e frassini, passeggerete tra i biancospini, i pruni selvatici e la cannuccia palustre.
Percorrendo il vecchio “giro di ronda” dei militari che si svolge intorno all’isola, accosterete delle barene ricche della vegetazione tipica delle terre “salate” . Limonium, salicornia ed artemisia vi sembreranno abitanti poveri di questi luoghi così tanto incisi dalla storia , ma non lasciatevi fuorviare da questa prima impressione e sappiate che le cime di salicornia conservate sotto aceto sono una delle poche prelibatezze che si caricavano nelle stive dei galeoni e che servivano a nutrire i marinai. Oltre a ciò, l’ambiente di barena che compone l’isola ospita una nutrita varietà di uccelli. Con un po’ di fortuna e con la dovuta attenzione potrete osservare cormorani e gazzette, aironi cinerini e martin pescatori e durante l’estate unacoloniadicavalierid’Italia.

SAN SERVOLO

È attivo il servizio di visite dell’Isola. Il servizio può essere richiesto telefonando tutti i giorni dalle 9.30 alle 17.00 (venerdì dalle 9.30 alle 15.30) al numero + 39 041 5240119 La visita guidata dell’isola (parco, chiesa, ecc.) include anche la visita al  nuovo Museo del Manicomio di San Servolo.
Prezzi:
adulti : € 3,00
gruppi (da 20 persone e oltre) : € 2,00
Transumanza di folli / Bateau ivre senza una rotta /Materia incandescente sulla densa melassa della laguna/Portati da un ago magnetico in orgasmo sull’asse, navigarono con tutti i fuochi spenti e la sera, sfidando l’ignoranza di chi non conosce mare, li ricondusse a riva. Non hanno nulla della farfalla fissata con lo spillo, niente d’inerte in quella fissità. Dipinta la faccia e con una stella gialla sul petto, per noi danzano con gesti invisibili le mute note del tempo.

Un vasto complesso di edifici caratterizza l’Isola di San Servolo, che per un millennio fu sede
monastica e poi ricovero per malati di mente. Questa bellissima isola lagunare esemplifica la relazione che lega Venezia al “caos” che la circonda. Costruire il mare è la preoccupazione costante di una umanità che ha scelto di vivere in un ambiente dove la vita si esprime con grande forza, modificando rapidamente gli equilibri faticosamente raggiunti. Venezia viene edificata con la pietra ma gli umori vivi della laguna la penetrano nel profondo e da sempre rappresentano una minaccia per ciò che qui si edifica con fatica. I pali di quercia conficcati nell’acqua, rafforzati con canne e grossi sassi, eretti come barriere invalicabili, non bastano a contenere la forza dell’acqua, e Venezia così da sempre resta in balia del suo “inconscio”, della sua parte sommersa. Fu nel 1715 che l’isola venne, dal Senato della Repubblica, destinata ad essere sede del nuovo Ospedale militare poiché la guerra contro i Turchi, che faceva confluire a Venezia un gran numero di soldati, aveva reso insufficienti gli spazi ospedalieri. La funzione medica e assistenziale fu delegata ai Padri ospedalieri di San Giovanni di Dio. Per rendere idonea la struttura alle nuove esigenze, venne predisposto un piano generale di ristrutturazione delle “fabbriche” e della farmacia dell’isola, i cui medicamenti erano prodotti daifrati.
Da quel momento la storia dell’Isola potrà essere ricostruita sovrapponendo sia la storia della città che l’atteggiamento dell’autorità costituita nei confronti del fenomeno delle malattie invalidanti in generale e della follia in particolare. Lo spazio asilare di San Servolo, venne strutturato come manicomio nella prima metà dell’ ottocento. Religiosi e medici erano assolutamente concordi sulla necessità di isolare e reprimere i folli. La medicalizzazione della follia derivava direttamente dall’ alienistica di fine ottocento che riteneva che la malattia mentale dipendesse da cause esclusivamente biologiche. Da queste convinzioni nacquero le teorie della “degenerescenza”, cioè della malattia mentale intesa come tara ereditaria, col conseguente abbandono di ogni prospettiva curativa.

 

Il Museo del Manicomio di San Servolo, inaugurato nel 2006 è stato pensato per valorizzare e restituire alla memoria storica tutti i reperti appartenuti all’ex Ospedale psichiatrico e capaci di rappresentare la storia di quella istituzione.  Il Museo si propone di rendere evidente al grande pubblico – con il supporto di testi, di documenti, di foto, di reperti – la stretta connessione tra le modalità del contenimento (le cosiddette “cure morali”, ovvero il disciplinamento e la moralizzazione di pazienti internati) e quelle della contenzione (cure fisiche, provvedimenti repressivi e costrittivi, elettroshock, sedazione e “contenzione” farmacologica).  Il manicomio, lungo tutta la sua storia, ha funzionato come dispositivo carcerario, producendo emarginazione, violenza, repressione, contenzione. Tuttavia, all’interno di queste sue dimensioni costitutive, il manicomio ha veicolato momenti di ascolto, tecniche di cura e modalità di contenimento che troveranno pieno sviluppo solo in tempi più vicini ai nostri.  

Oggi il patrimonio cui attingere – tra reperti specifici, materiale documentario, ambienti dell’ospedale, risorse multimediali – è una fonte di memoria storica per la città e per la storia della medicina psichiatrica dagli albori fino ai giorni nostri, che dimostra con evidenza la dimensione emarginante e segregante dell’istituzione manicomiale.

Venezia
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